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Mauro De Iorio è imprenditore e medico radiologo.  Negli anni ‘80 fu tra i primi a portare l’ecografia in Italia e oggi è Presidente di Tecnomed, l’azienda che riunisce sotto un’unica ala i centri diagnostici di Trento, Rovereto e Verona.

Appassionato collezionista, ha trasformato i suoi ambulatori in una mostra aperta a tutti, pazienti in primis, dando forma ad uno spazio dove arte e medicina si fondono in un continuum armonico, dove l’indagine e la cura della vita diventano protagoniste.

Prima di essere imprenditore, lei comincia la sua carriera come ecografista. Come ha iniziato la professione medica?

A quel tempo l’ecografia era una disciplina nuova. Verona era famosa per la TAC e la radiologia in generale, ma l’ecografia era poco diffusa. Così, dopo la laurea, ho studiato per due anni a Marsiglia, dove avevo vinto una borsa di studio presso il reparto di gastroenterologia. Quando sono rientrato mi sono trovato tra le mani un lavoro molto richiesto. C’era solo un problema: mancava l’attrezzatura!

 

Dunque, come ha fatto?

Ho iniziato lavorando all'ospedale di Peschiera. Lì avevano un ecografo ginecologico. Era già qualcosa, ma quando dovevo eseguire degli esami più sofisticati non era semplice. Consideri che dovevo indagare strutture di qualche millimetro con una sonda di venti centimetri.

Quando sono entrato nel reparto di gastroenterologia all’ospedale di Borgo Roma ho potuto lavorare con un ecografo cardiologico. Anche in quel caso non era il massimo, ma mi sono adattato. Vedendo quello che riuscivo a fare, le chirurgie addominali iniziarono a mandarmi i loro pazienti. Questo mise un po’ in allarme il reparto di radiologia perché si vedeva sottratto il lavoro, così fecero domanda per spostarmi da loro. Da lì ho iniziato a lavorare con apparecchi più validi.

 

L'avventura imprenditoriale quando inizia?

Il primo salto l’ho fatto quando mi sono dotato di un ecografo portatile della Siemens. Costava 40 milioni di lire e per averlo mi sono dovuto indebitare. Da lì ho iniziato a lavorare in libera professione con le strutture private. Ricordo che quando salivo a Rovereto, nella casa di cura dove mi appoggiavo, le ambulanze facevano avanti e indietro dall’ospedale per tutto il giorno, perché lì non avevano ancora l’ecografo.

 

Quanto è durata la libera professione?

Diversi anni. Poi, seguendo il mio esempio, a Verona altri radiologi hanno iniziato la libera professione. Questo mi ha spinto verso Trento, dove ho lavorato al San Camillo e ho preso una piccola quota azionaria di Villa Bianca. Nel frattempo l’esperienza con le case di cura si era fatta deludente. Non erano interessate alla qualità delle attrezzature di cui si dotavano e questo mi ha spinto ad acquistare degli ecografi che sistemavo in strutture di mia proprietà.
Quando la USL di Trento mi ha chiesto se ero interessato alle convenzioni è cambiato tutto. Ho detto di sì e da lì in poi il lavoro è sempre aumentato.

 

Avrebbe mai immaginato di realizzare una realtà imprenditoriale come Tecnomed?

Quando ho acquistato il primo ambulatorio a Trento l’ho fatto pensando che sarebbe stato il mio studio per la vita. Non ho mai pensato che sarei diventato un imprenditore. Oggi invece siamo una realtà che conta 180 collaboratori, con un fatturato che supera i 22 milioni.

 

Lei oggi è presidente del CDA. Vi siete dotati anche di un Direttore generale?

Abbiamo un Direttore operativo da circa cinque anni. Inizialmente è entrato come dipendente amministrativo, poi un po’ alla volta ha dimostrato di avere la stoffa e la voglia di crescere.

In passato avevamo fatto altri tentativi, ma è sempre stato difficile trovare qualcuno in linea con l’idea che io e mia moglie abbiamo dell’azienda. Anche chi esce dalle migliori università impara una teoria che non si sposa sempre con il contesto reale delle imprese. Noi, per esempio, non vendiamo un prodotto, ma ci occupiamo della salute delle persone. Non possiamo permetterci di guardare solamente ai numeri: serve anche una certa dose di sensibilità.

 

Mauro De Iorio

Mauro De Iorio

Avete mai fatto una codifica dei valori aziendali?

Nel nostro settore i valori di riferimento sono quelli dei medici. E il grande problema di oggi, se vogliamo, è proprio il fatto che molte strutture sanitarie non sono più in mano ai medici. Se però lavori in questo campo, lo fai perché hai una vocazione, che poi è quella di aiutare le persone ad uscire da una situazione di sofferenza. Questo è un aspetto che influenza molto il nostro lavoro.

 

Quali sono le difficoltà più grandi che ha incontrato nel costruire la sua governance?

Il problema più grande riguarda la scelta del personale. Oggi trovare le persone giuste non è facile, sia in termini di affidabilità che di competenza. Alcune problematiche, poi, mi lasciano sempre un po’ sorpreso.

 

Di quali problematiche parla?

Quando ero a Marsiglia uscivo di casa alle sei del mattino e la sera, quando rientravo, studiavo fino a notte fonda. Ricordo anche che per sei mesi ho lavorato senza paga in uno studio di Padova, solo perché avevano acquistato un ecografo che volevo imparare ad usare. Il lavoro è sempre stato la cosa più importante della vita, e così come lo era per me lo era anche per tanti altri. Oggi quando mio figlio dice di volersi godere i figli lo capisco, perché io lui me lo sono goduto poco. D’altra parte faccio fatica a comprendere un collaboratore che lascia un lavoro ben pagato perché vuole dedicare più tempo ai suoi hobby. Se un giorno vorrà costruirsi una famiglia, come farà? Sembra che nessuno si preoccupi più del futuro.

 

Cosa ne pensa delle nuove generazioni?

Come le dicevo, dopo l’esperienza per trovare un direttore mi sono convinto che le persone che crescono in azienda possono raggiungere dei risultati più interessanti. Motivo per cui quando arrivano dei giovani mi entusiasmo sempre. Mi piace vedere la loro soddisfazione quando crescono e viene riconosciuto il loro valore. D’altra parte non è sempre facile trovarli. Il più delle volte non hanno esperienza e questo per noi è importante, visto il servizio che offriamo. E non è nemmeno facile formarli, perché per imparare bisogna essere umili, mentre oggi escono dalle università convinti di sapere già tutto.

 

Come imprenditore ha mai attraversato un momento di crisi?

Anche mio padre era imprenditore. Aveva una fabbrica di oggetti di peltro e per tanti anni ha lavorato solo con la Germania. Poi è arrivata la crisi degli anni ‘80, ma lui era talmente entusiasta che non l’ha vista arrivare. Alla fine le cose sono andate male e ha dovuto dismettere tutto, dalla fabbrica alle ville. L’esempio di mio padre mi ha insegnato a non fare il passo più lungo della gamba e fino ad oggi le cose sono andate bene. È chiaro che quando fai impresa puoi attraversare momenti difficili, ti chiedi se hai fatto la scelta giusta. Se però ti accontenti della tua zona di comfort non farai mai molta strada.

 

Possiamo dire che un imprenditore è colui che accetta di correre il rischio del fallimento?

Sia io che mia moglie siamo cresciuti all’interno di contesti imprenditoriali. Abbiamo visto i sacrifici, i rischi ma anche le soddisfazioni di chi fa impresa. Forse anche per questo in famiglia non abbiamo mai avuto il mito del posto fisso. La vita è sempre stata un rischio. Ma quando lo fai, il rischio lo accetti perché hai un sogno da realizzare.

 

Tecnomed

Tecnomed

Quindi il sogno è una componente fondamentale.

Assolutamente. E questa parte romantica è ciò che conta di più. Altrimenti non si spiegherebbe perché, a 74 anni, sia ancora qui ad aprire nuove strutture, quando potrei benissimo riposarmi e girare il mondo.

 

A proposito di sogni e passioni, come è nato l’interesse per l'arte contemporanea?

Mio padre era un collezionista e io sono sempre stato un appassionato di design. Quando con mia moglie abbiamo deciso di avvicinarci all’arte contemporanea è stata una sfida. Volevamo provare a capirla, così abbiamo iniziato a frequentare fiere, mostre, gallerie. Abbiamo cominciato acquistando qualche opera come complemento di arredo, poi è nata una vera passione e da lì, un po’ alla volta, siamo entrati in questo mondo.

 

Alcune opere, anche di grande valore, oggi sono esposte nei suoi studi. Come mai questa scelta?

Quando compro e arredo uno studio è importante che mi piaccia, che sia bello. Per questo sono io a deciderne il layout e l’arredo. Ovviamente mi appoggio anche a degli architetti, ma tante idee sono io a portarle. Ho iniziato a inserire i quadri per rendere gli spazi più belli e soddisfare il mio gusto. Subito è arrivato un riscontro positivo sia dai collaboratori che dai pazienti. A proposito dei pazienti, con loro i quadri diventano spesso il punto di partenza per uno scambio di battute, aiutano a rendere l’ambiente più disteso e ho riscontrato anche una diminuzione dello stress.

 

Per lei l’arte ha anche una funzione di investimento?

Se l’avesse non comprerei questo genere di opere. Consideri che tra le collezioni d’arte contemporanea siamo tra i pochi ad avere un taglio così ultramoderno, tant’è che vengono a trovarci galleristi da tutto il mondo. La verità è che è un rischio: se uno investe nell’arte contemporanea quanto lo facciamo noi lo fa perché gli piace, non certo perché spera in un ritorno.

 

Se dovesse descrivere l’arte contemporanea con una frase, come lo farebbe?

Come sempre si tratta di interpretazioni artistiche di tematiche attuali, quindi per noi la politica, i generi, l’ambiente. Ma possono toccare anche quei temi eterni propri dell’uomo, come l’ansia del divino, l’amore e la morte. L’arte nasce per dare una risposta alle grandi domande dell’uomo.

 

Quindi l’arte ha il compito di trovare delle risposte?

Ha soprattutto il compito di sollevare delle domande. E spesso lo fa in modo inquietante, perché deve smuovere la persona che la guarda. La comfort zone nell'arte non va bene, perché non aggiunge nulla di nuovo a quanto è già stato detto. Se uno oggi guarda un Fontana pensa che sia bello, ma cosa dicevano i suoi contemporanei? Gridavano allo scandalo, ed è questo il punto.

 

Tecnomed

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