Dirigere l’orchestra
Alessandro Bonato, Direttore Principale dell'Orchestra Haydn di Bolzano e Trento.
Alessandro Bonato ha 30 anni da poco compiuti e dalla stagione 2025/26 è Direttore Principale dell’Orchestra Haydn di Bolzano, oltre a dirigere come ospite molte altre orchestre in Italia, Europa e perfino in Giappone. L’abbiamo incontrato al “Cantiere” di Montelpulciano alla fine di luglio, dove si trovava per dirigere il concerto finale con l’Orchestra Haydn. Abbiamo parlato con lui del ruolo del direttore d’orchestra nella prospettiva dei grandi cambiamenti antropologici del terzo millennio.
In questi ultimi decenni la frequentazione quotidiana prima del web e ora dei social media (inizialmente attraverso i computer e ora in maniera decisamente più invasiva grazie ai tablet e agli smartphone) sta cambiando il nostro modo di vivere. Rischiamo di essere “ipnotizzati” da un universo virtuale e apparentemente perfetto che è un prodotto astratto, che non corrisponde più ai processi che ci hanno prodotto nell’evoluzione. Come ci dice il grande Morin: «Dobbiamo rimanere svegli frequentando altri tipi di gesti: i gesti dell’arte, della musica, della cultura».
Come ti sei avvicinato al tuo ruolo di direttore d’orchestra?
Per me è stato attraverso un processo lungo e “frastagliato” dalla prima esperienza di ascolto alle scuole elementari, quando la nostra maestra faceva ascoltare le “Stagioni” di Vivaldi mentre facevamo i compiti. Poi è venuto lo studio del violino e – alla fine – la direzione d’orchestra al Conservatorio della mia città natale, Verona. Vengo da una famiglia umile, che ha sempre secondato le mie aspirazioni, ma che non poteva permettersi di finanziare i miei studi musicali. Per farlo ho iniziato a lavorare da giovanissimo come cameriere.
E come ti sei rapportato con le prime “grandi orchestre” nella tua vita professionale?
Da giovanissimo, a 23 anni, ho vinto il terzo premio a un importante concorso internazionale di direzione d’orchestra (il “Malko” di Copenhagen) e questo mi ha proiettato quasi immediatamente in un contesto professionali molto sfidante. Ricordo bene la prima volta che sono stato invitato a dirigere la Filarmonica della Scala : avevo un paura terribile e quasi tremavo.
Come sei sopravvissuto a questa esperienza ?
Con grande umiltà, dicendo subito ai professori dell’orchestra – che avevano suonato sotto la guida di grandissimo direttori – che io ero davanti a loro per imparare e che portavo una mia idea dei brani che dovevo dirigere che volevo condividere con loro. Alla fine ho imparato da loro molto più di quanto loro abbiano imparato da me, ma ho sentito in un certo modo che mi avevano “adottato”.
E ora, che hai un ruolo e una responsabilità come Direttore Principale, che cosa è cambiato?
Intanto sono passati sette intensi anni, che hanno anche attraversato un evento epocale come la pandemia. Sono maturato e ho fatto esperienza del rapporto con molte orchestre diverse. La musica è un mestiere da bottega rinascimentale, in quanto la musica non si insegna ma la si impara. In qualche modo va “rubata”. E così ho fatto nel mio rapporto con i colleghi più anziani (Donato Renzetti, Fabio Luisi, Gianandrea Noseda, Daniele Rustioni) e nell’incontro con tanti musicisti. Da tutti ho imparato qualcosa.
Foto: Fondazione Haydn Bonato © FHS 2025
Quindi oggi come ti confronti con i musicisti della “tua” orchestra?
Con la consapevolezza di chi ha davanti non un incontro occasionale, ma una relazione che durerà almeno per tre anni. Portando loro le mie idee musicali e condividendole con musicisti di alto livello che hanno dimostrato nelle occasioni di incontro che abbiamo avuto in passato di essere interessati ad ascoltare quel che ho da dire e di voler realizzare un percorso insieme.
Il tuo obiettivo?
Crescere insieme, affrontare repertori nuovi. Senza lasciare nessuno indietro. Perché io credo che la funzione del direttore d’orchestra, in particolare nel XXI secolo, sia quella di motivare i musicisti a dare il loro meglio, sempre in ogni occasione, sia in prova che in concerto, senza mai sentirsi esclusi o non all’altezza.
Ma a volte bisogna essere duri per ottenere un risultato eccellente
Nessuno di noi è un univoco: ciascuno è formato da tanti aspetti a secondo dell’occasione e del contesto in cui operiamo. Come diceva Whitman: "Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini".
Come ti prepari allo studio di nuove partiture?
Ovviamente le studio molto a fondo dal punto di vista formale e strutturale, ma leggo anche moltissima letteratura intorno al tema. Per esempio qui a Montepulciano dirigo un capolavoro assoluto di Ciaikovskij, la Sinfonia no. 6 “Patetica”, che è carica di presagi e di messaggi nascosti. Ciaikovskij aveva seppellito la sua omosessualità sotto la coltre della musica che componeva, e che è intrisa di femminilità: la femminilità tragica di Anna Karenina più che di quella frivola di Madame Bovary. La lettura del capolavoro di Tolstoj mi aiuta a capire che cosa si muoveva nell’animo di Ciaikovskij mentre componeva il suo addio alla vita.
Foto: Leonardo Ferri
Quale è il tuo modello ideale?
Il direttore d’orchestra per me più affascinate è stato Carlos Kleiber. Era un vero devoto della musica con un modo farla così evocativo: non si limitava a dirigere le battute, le “dipingeva” e così arrivava a narrare il contenuto nascosto delle note. Non faceva musica, diventava musica. Ho recentemente ascoltato da sua Sinfonia “Pastorale” di Beethoven e al momento del famoso temporale la sua è l’evocazione di un fenomeno naturale davvero spaventoso. Ti porta nel cuore dell’affetto che devi provare ascoltando la musica.
Negli anni passati, quando tutti erano alla disperata ricerca di leaders che potessero guidare le grandi aziende al successo, abbiamo identificato l’orchestra e il lavoro del direttore come una metafora delle relazioni aziendali tra il CEO e i suoi dirigenti. Dopo tante osservazioni delle dinamiche tra il direttore d’orchestra e i suoi musicisti oggi ne cogliamo aspetti ben più profondi. Qual è la tua esperienza in merito?
Credo di poter dire che il direttore d’orchestra del terzo millennio ha compiuto una grande evoluzione. Si tratta oggi di guadagnarsi la fiducia dei musicisti, più che di spaventarli, per portarli a compiere un lavoro insieme e raggiungere la migliore esecuzione possibile della musica che ci è stata consegnata. È una grande responsabilità nei confronti delle partiture che abbiamo ricevuto dai grandi del passato e che per fortuna continuiamo a ricevere dai compositori di oggi, ma anche nei confronti del pubblico, che si affida a noi per vivere un’esperienza emotiva speciale. Hai mai notato come appaiono felici gli spettatori all’uscita di una esecuzione musicale straordinaria?
Foto: Cantiere Internazionale d'Arte, concerto di chiusura
Vuoi scoprire tutti gli altri articoli, approfondimenti e contenuti esclusivi di Mark You 2025 ?